Religione
  • Girolamo Savonarola - Il rogo in Piazza della Signoria (Anonimo, 1498, Museo di San Marco a Firenze)
    Girolamo Savonarola
    Girolamo Savonarola - Monumento a Savonarola in Piazza Savonarola a Firenze
  • Girolamo Savonarola - Lapide in piazza della Signoria a Firenze che ricorda il rogo di Savonarola

Girolamo Savonarola

Girolamo Maria Francesco Matteo Savonarola
Nasce a Ferrara il 21 settembre 1452
Muore a Firenze il 23 maggio 1498

Girolamo Savonarola è stato un religioso e politico.

Appartenente all'ordine dei frati domenicani, profetizzò sciagure per Firenze e per l'Italia propugnando un modello teocratico per la Repubblica fiorentina instauratasi dopo la cacciata dei Medici.

Nel 1497 fu scomunicato da papa Alessandro VI, l'anno dopo fu impiccato e bruciato sul rogo come «eretico, scismatico e per aver predicato cose nuove»,[1] e le sue opere furono inserite nel 1559 nell'Indice dei libri proibiti. Gli scritti del Savonarola sono stati riabilitati dalla Chiesa nei secoli seguenti fino ad essere presi in considerazione in importanti trattati di teologia.[2]. Ora è servo di Dio. la causa della sua beatificazione è stata avviata il 30 maggio 1997 dall'arcidiocesi di Firenze.
 

Nato dal mercante Niccolò di Michele dalla Savonarola e dalla nobile Elena Bonacolsi riceve la prima educazione in grammatica e musia dal nonno.

Inizia gli studi di medicina che abbandona quasi subito per dedicarsi allo studio della teologia.
La vocazione è influenzata dalla percezione che ha nei confronti della società che lo circonda: «Scelgo la religione perché ho visto l'infinita miseria degli uomini, gli stupri, gli adulteri, le ruberie, la superbia, l'idolatria, il turpiloquio, tutta la violenza di una società che ha perduto ogni capacità di bene... Per poter vivere libero, ho rinunciato ad avere una donna e, per poter vivere in pace, mi sono rifugiato in questo porto della religione».

Nel 1476 prende i voti.

Nel 1482 arriva a Firenze sotto Lorenzo de' Medici con il compito di esporre le Scritture e di predicare dai pulpiti delle chiese fiorentine. Due anni dopo gli viene assegnato il pulpito di San Lorenzo, la parrocchia dei Medici, ma senza successo, vista la sua pronuncia emiliana che non piaceva ai fedeli.

Viene mandato a San Gimignano per le prediche quaresimali e inizio a predicare che la Chiesa "aveva a esser flagellata, rinnovata e presto" e "aspettiamo presto un flagello, o Anticristo o peste o fame" accanendosi contro gli omicidi, la lussuria, la sodomia, l'idolatria, le credenze astrologiche, la simonia.

Va a Bologna e poi torna a Ferrara.

Nel 1489 Lorenzo de' Medici, su suggerimento di Giovanni Pico della Mirandola chiede il rientro di Savonarola a Firenze.
Ricomincia a predicare la necessità immediata del rinnovamento e della flagellazione della Chiesa, accusando governanti e prelati. Predica a Palazzo Vecchio davanti alla Signoria, affermando che il bene e il male d'una città provengono dai suoi capi, ma essi sono superbi e corrotti, sfruttano i poveri, impongono tasse onerose, falsificano la moneta.

Lorenzo il Magnifico lo fa ammonire più volte a non tenere simili prediche e utilizza Mariano della Barba da Genazzano, un famoso agostiniamo, per prediche contro Savonarola.
Savonarola viene eletto priore del convento di San Marco e, contrariamente alla consuetudine dei precedenti priori, decide di non rendere omaggio a Lorenzo e rifiuta i suoi doni e le cospicue elemosine.
La notte del 5 aprile 1492 un fulmine danneggia la lanterna del Duomo e molti fiorentini interpretano l'accaduto come un cattivo augurio. Tre giorni dopo Lorenzo de' Medici muore nella sua villa di Careggi, confortato dalla richiesta benedizione del Savonarola.

Nel 1492 muore Papa Innocenzo VIII. Alla guida della chiesta sale Alessandro VI, il cardinale Rodrigo Borgia e Savonarola commenta che sarebbe stato un vantaggio per la Chiesa.

Nel 1494 Carlo VIII di Francia entra in Italia per rivendicare i diritti degli Angioini sul Regno di Napoli.
Savonarola pronuncia dal pulpito del Duomo una delle sue più violente prediche sul tema del Diluvio con un grido chefece rizzare i capelli a Pico della Mirandola: Ecco, io rovescerò le acque del diluvio sopra la terra!
In pratica la venuta di re Carlo era letta come l'avverarsi delle profezie apocalittiche.

Carlo VIII passato il nord e dopo essere arrivato a Fivizzano, saccheggiandola e ponendo l'assedio alla rocca di Sarzanello, richiede il passo per Firenze. Piero de' Medici gli concede via libera per Firenze oltre alle fortezze di Sarzanello, di Sarzana e di Pietrasanta, le città di Pisa e di Livorno venendo poi cacciato da Firenze.
Viene proclamata la Repubblica.

Nel 1494 il papa ordina a Savonarola di predicare la quaresima del 1495 a Lucca, ma Lucca si rifiuta, viste le accuse (infondate) rivolte a Savonarola di nascondere molti beni nel convento e di arricchirsi con i tesori dei Medici e dei loro seguaci.

Fra Tommaso da Rieti accusa Savonarola di occuparsi delle cose dello Stato, ma lui non raccoglie la provocazione e gli risponde  solo due giorni dopo dal pulpito: "Tu dell'Ordine di Santo Domenico, che di' che non ci dobbiamo impacciare dello Stato, tu non hai bene letto; va', leggi le croniche dell'Ordine di San Domenico, quello che lui fece nella Lombardia ne' casi di Stati. E così di san Pietro martire, quello che fece qui in Firenze, che s'intromise per componere e quietare questo Stato [...] Santa Caterina fece fare la pace in questo Stato al tempo di Gregorio papa. Lo arcivescovo Antonino quante volte andava su in Palagio per ovviare alle leggi inique, che non si facessino!".

Nel 1495 il papa Alessandro VI invia a Savonarola un apprezzamento per l'opera sua nella vigna del Signore e lo invita a Roma.
Savonarola rifiuta di recarsi a Roma, adducendo motivi di salute e promettendo un futuro incontro.
Il papa risponde a Savonarola accusandolo di eresia e di false profezie e viene sospeso da ogni incarico.
Savonarola respinge tutte le accuse.
Il papa sospende i precedenti ordini e gli intima soltanto di astenersi dalle predicazioni, in attesa di future decisioni.

Nel 1496 in Piazza Duomo davanti a una folla di 15.000 persone Girolamo Savonarola sale sul pulpito di Santa Maria del Fiore e nella predica si scaglia contro la Curia romana: «Noi non diciamo se non cose vere, ma sono li vostri peccati che profetano contra di voi [...] noi conduciamo li uomini alla simplicità e le donne ad onesto vivere, voi li conducete a lussuria e a pompa e a superbia, ché avete guasto il mondo e avete corrotto li uomini nella libidine, le donne alla disonestà, li fanciulli avete condotto alle soddomie e alle spurcizie e fattoli diventare come meretrici».

Papa Alessandro VI gli offre la nomina a cardinale a condizione che ritratti le passate critiche alla Chiesa e se ne astenga nel futuro.
Savonarola risponde il giorno dopo con una predica nella Sala del Consiglio, alla presenza della Signoria, gridando «Non voglio cappelli, non voglio mitrie grandi o piccole, voglio quello che hai dato ai tuoi santi: la morte. Un cappello rosso, ma di sangue, voglio!».

Nel 1497 Savonarola organizza un falò delle vanità a Firenze, nel quale vengono dati alle fiamme molti oggetti d'arte, dipinti dal contenuto paganeggiante, gioielli, suppellettili preziose, vestiti lussuosi, con incalcolabile danno per l'arte e la cultura fiorentina rinascimentale.
Riceve una scominuca che si pensava da parte del Papa Alessandro VI, in realtà emanata dal cardinale arcivescovo di Perugia Juan López a nome del Papa, su istigazione di Cesare Borgia.
Dopo la scomunica Savonarola esordisce in una predica fingendo un dialogo con un interlocutore, che gli rimproverava di predicare malgrado fosse scomunicato: «La hai tu letta questa escommunica? Chi l'ha mandata? Ma poniamo che per caso che così fussi, non ti ricordi tu che io ti dissi che ancora che la venisse, non varrebbe nulla? [...] non vi maravigliate delle persecuzioni nostre, non vi smarrite voi buoni, ché questo è il fine dei profeti: questo è il fine e il guadagno nostro in questo mondo».

Savonarola continua la sua campagna contro i vizi della Chiesa con più violenza, creandosi numerosi nemici, ma anche nuovi estimatori.
Nel 1498 Girolamo Savonarola, dopo essersi barricato in San Marco, viene arrestato e processato per eresia.
Viene interrogato e torturato e torture (subisce la tortura della corda, quella del fuoco sotto i piedi e fu quindi posto per un'intera giornata sul cavalletto, riportando lussazioni su tutto il corpo).
 Alla fine viene condannato ad essere bruciato in piazza della Signoria.

Il 23 maggio 1498 Savonarola è sul patibolo (innalzato nei pressi dove poi sorgerà la fontana del Nettuno).
La forca, alta cinque metri, si erge su una catasta di legna e scope cosparse di polvere da sparo.
Fanciulli accovacciati sotto la passerella, come accadeva di frequente durante le esecuzioni, ferivano con stecchi di legno appuntiti dei piedi di Savonarola al passaggio. Savonarola, vestito di una semplice tunica di lana bianca, viene impiccato.
Viene dunque appiccato il fuoco a quella catasta.
Nel bruciare un braccio del Savonarola si stacca e la mano destra pare alzarsi con due dita diritte come se volesse "benedire l'ingrato popolo fiorentino".

Le sue ceneri vennero gettate in Arno dal Ponte Vecchio (per evitare che diventassero oggetto di venerazione da parte dei molti seguaci).

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