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  • Tomba di Galileo Galilei nella Basilica di Santa Croce a Firenze
    Basilica di Santa Croce a Firenze

Galileo Galilei - una storia avventurosa

Galileo non giace da solo nel sepolcro monumentale di Santa Croce.
Insieme a lui c’è una donna avvolta nel mistero... molto probabilmente la figlia prediletta Virginia (suor Maria Celeste).

Condannato dall’inquisizione per il credo copernicano e le teorie rivoluzionarie, Galileo morì ad Arcetri l’8 gennaio 1642, cieco e in penosa vecchiaia.

Ma anche il suo cadavere era scomodo per la Chiesa tanto che fu murato “in una stanza dietro la sagrestia” della basilica francescana di Santa Croce.
Ci volle quasi un secolo perché l’inquisitore fiorentino del Sant’Uffizio desse il permesso al trasferimento dei resti nella grande tomba (1737).
E nella traslazione si trovò anche un’altra cassa, senza alcuna scritta: conteneva il corpo di una donna giovane, morta da molto tempo.

Da notare che durante la ricognizione delle salme, alcuni componenti della delegazione fecero una macabra raccolta di “reliquie” dello scienziato: usando un coltellino portarono via tre dita, una vertebra e un dente.
Un dito, racchiuso in un’urna di vetro, è tuttora conservato presso l’Istituto e Museo di Storia della Scienza a Firenze; la vertebra è uno dei cimeli dell’Università di Padova.

Ma la storia di suor Maria Celeste è particolarissima.
Virginia era la primogenita, nata a Padova nel 1600.
Nel 1616 entrò nel monastero di San Matteo a Arcetri e prese il velo. Per questo la via sulla collina si chiama ancora Via Suor Maria Celeste.

Dalla sua cella, tra il 1623 e il 1633, la giovane monaca tenne un fitto epistolario col padre: 124 lettere arrivate fino a noi, nelle quali si parla di tutto e non mancano i rimproveri mascherati da consigli: “la prego a non disordinare nel bere, come sento che sta facendo”, scrisse una volta a Galileo, che era un noto frequentatore di bettole e di compagnie gaudenti.
Le avrebbe fatto eco in un’altra occasione il fratello Vincenzio, preoccupato di mettere in guardia il genitore dalle troppe intemperanze sessuali.
Galileo infatti era molto diverso da come tanta storia ufficiale lo ha descritto.
Fu sì una vittima dell’Inquisizione, subì il “rigoroso esame”, cioè la tortura, nei sotterranei romani del Sant’Uffizio e pagò a caro prezzo, in tutti i sensi, i frutti del suo genio.
Ma fu anche un uomo dal gran caratteraccio, che si tirò addosso invidie e inimicizie e spesso non fece nulla per evitarlo.
Fra vino, amici e donne, si lasciò andare più volte a battute di fuoco e a ironie pesanti contro rivali, colleghi e potenti. La sua lingua gli procurò danni enormi.
A un simile impasto di genio e sregolatezza si rivolgeva suor Maria Celeste nelle sue lettere, ben sapendo che le infermità, gli anni e le persecuzioni non avevano messo fine a tutti i vizi.
Un esempio: di ritorno a Firenze dal calvario romano, lo scienziato si preoccupò di una cosa prima di ogni altra: riempire di vino buono l’adorata cantina.

Ma l’amorevole attenzione della figlia non sostenne Galileo nell’ultimo periodo della sua vita.
Virginia morì il 2 aprile 1634 nel monastero. Scomparve lasciando una ferita profonda nel cuore del padre, destinato a perdere la vista e a soffrire sempre di più nella “sua carcere”.

Curiosità

  • nel Palazzo Barberini che dà su Piazza Santa Croce, nacque nell’aprile del 1568 Maffeo Barberini. Fu lui, diventato papa col nome di Urbano VIII, a far condannare Galileo.


(un grande ringraziamento a Alessandro Raugei per la paziente ricerca)
 

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